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Nuova pubblicazione dell'INEA sull'Agricoltura Sociale "L'Agricoltura Sociale nelle politiche pubbliche" di Roberto Finuola e Alfonso Pascale
Quaderno della Rete Nazionale dello Sviluppo Rurale - Maggio 2008
Il libro si può scaricare cliccando qui (Mb 18)

Giovanni Forte, UNO DEI TANTI, Edizioni Palomar, Bari, 2007, Euro 15,00

Giovanni Forte ha scritto un romanzo il cui protagonista è un bracciante pugliese. Non un bracciante qualsiasi, ma una figura straordinaria che si è fatta pienamente coinvolgere dalle vicende politiche e sociali del secolo scorso, scegliendo tuttavia di restare "uno dei tanti" - come recita il titolo dell'opera - fino al punto di rifiutare la candidatura per un seggio sicuro in Parlamento.
L’autore ha frequentato da ragazzo la Camera del Lavoro di Castellaneta, un centro della provincia di Taranto, diventandone presto un dirigente, e così ha potuto conoscere direttamente donne e uomini che avevano dato vita alle lotte del dopoguerra. Nell’imbastire la storia di Nicola Annese, egli ha, pertanto, attinto al ricco repertorio dei fatti che gli erano stati più volte narrati, avendo però cura di slegarli dal contesto locale. Sicché la figura di Nicola è frutto dell’inventiva dell’autore non solo per evitare accostamenti con persone realmente vissute a Castellaneta, ma anche perché in questo splendido esempio di “capolega” si racchiudono, tutte insieme, le peculiarità di centinaia di dirigenti politici e sindacali operanti nei diversi contesti del Mezzogiorno, i quali, pur provenendo da umili origini, sono stati capaci di diventare "capipopolo" non per imposizione dall'alto ma per largo riconoscimento popolare.
Ne vien fuori un romanzo coinvolgente che, in una scrittura fresca e piacevole, amalgama con sapienza due ingredienti fondamentali. Il primo elemento riguarda quella faccia poco esplorata della cultura contadina meridionale, fatta di atavica saggezza e di trame comunitarie che mitigavano una vita di stenti e le lunghe distanze tra i borghi da abitare e le terre da lavorare; in altre parole, la tipica cultura bracciantile e colonica dei piccoli centri meridionali, diversa da quella mezzadrile e dei salariati fissi caratterizzata, invece, dall’insediamento sparso.
L’altro ingrediente è l’ultima epopea contadina, interpretata questa volta non più nelle forme sovversive e velleitarie delle insorgenze dei secoli precedenti, ma in nome di principi e valori sanciti dalla Costituzione repubblicana per costruire la democrazia.
Questi due elementi peculiari segnano nel bene e nel male anche le vicende del Mezzogiorno successive alla Liberazione e all’occupazione delle terre.
A tali aspetti è senz’altro da attribuire la larga partecipazione di massa alla vita democratica, sia con l’adesione ai partiti e l’esercizio del voto nelle consultazioni elettorali, sia mediante l’iscrizione a sindacati capillarmente presenti non solo nei luoghi di lavoro ma soprattutto nel territorio.
A questi caratteri originali va, inoltre, legato anche il successo della riforma agraria e dei programmi infrastrutturali della Cassa per il Mezzogiorno, che dettero il “colpo d’ariete” ai vecchi assetti sociali delle campagne e predisposero la società e l’economia del paese allo sviluppo industriale. Tali interventi non avrebbero avuto risultati positivi senza la capacità di migliaia di braccianti e contadini poveri di mettersi in gioco ed evolvere in una moderno e civile tessuto imprenditoriale agricolo. Si trattava di un nuovo tessuto sociale che venne ad assumere, già agli inizi degli anni ’60, le forme più varie, da quella professionale a quelle part-time e della pluriattività, in linea coi differenti e molteplici sistemi agricoli presenti nelle regioni meridionali. Una realtà sociale non coinvolta dall’enorme esodo verso il Nord, ma che ebbe a maturare ben presto, nel corso stesso del “boom economico” e in contemporanea con quanto avveniva tra i conterranei affluiti in massa nel “triangolo industriale”, nuove concezioni ideali e culturali. Le quali si manifestarono in modo dirompente nelle battaglie civili degli anni ‘70 sui temi dei diritti, della famiglia, del divorzio e dell’aborto, a cui il Mezzogiorno offrì un contributo decisivo.
Anche il fallimento dell’industrializzazione “dall’alto” e il disagio diffuso che tale esito provoca nelle regioni meridionali e che va ad intaccare in modo irreparabile il rapporto di fiducia tra politica e società, si possono comprendere meglio alla luce dei due ingredienti di fondo del romanzo di Forte. Non si volle, infatti, tener conto che lo sviluppo, per essere duraturo, avrebbe dovuto poggiare sull’enorme capitale sociale presente nel Sud e che derivava anche dalle sue tipiche origini agricole. E avrebbe dovuto valorizzare le peculiarità paesaggistiche, storiche e culturali dei territori meridionali, favorendo un largo coinvolgimento della società locale nella fase di definizione degli obiettivi e di progettazione degli interventi.
Nel romanzo Nicola Annese vive tali eventi senza conformismi e con una impronta personale talmente marcata da attirarsi il sospetto, da parte dei suoi compagni, di tradire le comuni idealità. Egli è difatti un comunista atipico. La sua militanza, che aveva avuto una lunga incubazione, si distingue per un tratto specifico: non ha nulla di dogmatico. In questo erano stati decisivi i contatti con esponenti antifascisti pugliesi di estrazione socialista e azionista, impegnati nella lotta clandestina. Ma è soprattutto la sua forzata permanenza in Russia durante la guerra a convincerlo che in Italia si sarebbe dovuta realizzare la “nostra rivoluzione”, diversa da quella veduta nella patria del comunismo.
Nel corso delle lotte per migliorare le condizioni dei braccianti presta, pertanto, la dovuta attenzione all’alleanza coi coltivatori e al consenso della popolazione. Non si abbandona mai a forme di settarismo e di massimalismo. E non ha alcuna titubanza nel 1956, in una infuocata riunione di partito, a schierarsi da solo con il popolo che a Budapest lotta per il rinnovamento e a condannare l’intervento dei carri armati sovietici mobilitati per soffocare la protesta.
Dagli anni ’70 in poi le vicende personali di Nicola saranno segnate da un insanabile contrasto con suo figlio, Vito, che diventerà ingegnere e dirigente di un’azienda industriale nel Veneto. Ben presto il conflitto generazionale investirà soprattutto le scelte politiche di entrambi.
Quando cadrà il Muro di Berlino, per il comunista riformista, che aveva da sempre messo in discussione il legame del suo partito con Mosca, sarà naturale aderire con entusiasmo alla svolta di Achille Occhetto. Ma ciò non indurrà il figlio socialista ad attenuare i giudizi negativi nei confronti del padre, visto come un uomo abbarbicato ad una visione arretrata e non al passo coi tempi.
Vito nutrirà dei dubbi sulla perentorietà delle sue accuse, finalmente considerandole ingenerose, solo quando Nicola morirà. Vedrà, infatti, accalcarsi al funerale del padre non solo i vecchi braccianti, suoi compagni di lavoro e di lotta, ma anche i giovani, a cui l’anziano sindacalista non aveva mai fatto mancare il proprio bagaglio di esperienze e di saggezza. Dovrà a quel punto riconoscere che quella di Nicola era stata una vita ben spesa per gli interessi della collettività, in quanto i valori a cui la sua vicenda umana e politica avevano fatto riferimento erano saldamente ancorati alle radici bracciantili e ai principi democratici della Costituzione repubblicana.
Benché restasse convinto che la cultura politica del padre da tempo non fosse più in grado di produrre proposte concrete per il cambiamento, Vito considererà quei valori come un patrimonio imprescindibile per guardare con fiducia al futuro.
Leggere il romanzo di Giovanni Forte non è solo un diletto letterario per la forza espressiva con cui l’autore ci presenta la vita quotidiana dei piccoli centri del Sud, la suggestività dei paesaggi meridionali, il nitore delle belle figure femminili disseminate in tutto il racconto e perfino la descrizione vivida e trasparente del fenomeno leghista del Nordest, con le sue inaspettate origini popolari. E’ anche un’opportunità per riflettere su un percorso storico di cui ancora oggi - per aspetti salienti, quali gli esiti non scontati della grande trasformazione da paese agricolo a paese industriale o l’incapacità dei partiti e delle organizzazioni sociali di rispondere al disagio provocato da quell’impetuoso passaggio epocale – manca una lettura completa e condivisa.

Alfonso Pascale


MOSTRA FOTOGRAFICA

LA CAMPAGNA CHE NON TI ASPETTI
Volti, processi e prodotti dell’agricoltura sociale


Giovedì 14 dicembre 2006, ore 16

Complesso di S. Maria in Gradi - Sala delle Esposizioni
Via Santa Maria in Gradi 4 - Viterbo


ANNO XLIV - N. 220 sabato, 1 luglio 2006

Notiziario Insor

Ferrarotti: vecchio mondo rurale


Primo vincitore di un concorso a cattedra per quella disciplina, Franco Ferrarotti è l'indiscusso padre della sociologia italiana.
Non si è mai occupato del mondo rurale, ma è figlio di contadini capitalisti e, avendo gloriosamente sorpassato la soglia degli ottant'anni, si volge ora indietro a raccogliere le immagini di una infanzia trascorsa tra il Po e le risaie vercellesi.
Ne è uscito uno splendido affresco dal titolo Le briciole di Epulone, edito da Guerini Studio. Ne segnaliamo alcune immagini per incitare alla contemplazione delle rimanenti.

Sono nato nel 1926. Sono nato nell'anno della quota novanta, l'anno che segnò la rovina economica definitiva di mio padre e la fine del suo mondo. Comprava cavalli come ci si innamora. Contro ogni logica mercantile. Contro il consiglio razionalmente avveduto di mia madre. Comprava cavalli di cui decantava le virtù, ma che il giorno dopo cominciavano a zoppicare. Ogni ronzino, ogni brocco era ai suoi occhi, al primo incontro, un indomabile, splendido destriero. Così comprava caro e vendeva per niente. Svendeva, regalava. Non aveva alcun senso del mercato, gli sfuggiva il valore del denaro. Ma più il denaro avere "valore"? Valore vero, in sè, valore non strumentale puramente convenzionale? Batteva i mercati del bestiame e dei cavalli come un dongiovanni che insegue instancabile la sua bella. Non capiva le leggi, impersonali e crudeli, dello scambio. Non poteva mercanteggiare sui sentimenti. Il cavallo era per lui un essere vivo, che valeva in sè e per sè. Non era merce. Non costituiva un valore commerciale.
Nel 1926, a ridosso della quota novanta gli agricoltori si trovano con prodotti colpiti da un calo drammatico dei prezzi e nello stesso tempo con debiti rivalutati e quindi, di fatto, insolvibili.
Mio padre si trovava di fronte a tre possibilità: a) dar fuoco a tutto e trovare una scusa nel disastro; b) scappare all'estero, ma c'erano di mezzo una giovane sposa con due figli ancora piccoli, la madre, il padre, parzialmente paralitico, le sorelle e due fratelli. Non poteva lasciarli allo sbando; c) mettere fine al problema sparandosi. Fucile da caccia in bocca, molti lo stavano facendo. Altri si impiccavano a una trave. Il luogo preferito era il fienile. I cadaveri vi cadevano senza far rumore sulle fascine di paglia. Scelse la via più normale e più difficile. Restò. Spiegò la situazione alle banche. Rateizzò il debito. Morì quando da non molto tempo aveva finito di pagare. Non accettò mai l'idea di dichiarare fallimento.
Non ero adatto per i lavori in campagna... Nell'ambiente rurale il pallore del volto, una certa gracilità delle membra, mani troppo bianche, dita lunghe, affusolate, predisponevano tacitamente agli studi.
In un mondo senza radio, senza telefono, senza televisione, e naturalmente senza computer, privo di Fast Web e di e-mail, e ovviamente privo di Internet... Ma che c'era dunque in un mondo così? che cosa si poteva fare?, domanda incuriosito il giovane di oggi. Ma che mondo era, un mondo senza "telefonino" e senza motorini? Era il mondo dell' oralità Che cosa c'era? Dove si riuniva la gente? C'era la stalla, ampia, odorosa, tiepida, increspata di fremiti come la superficie di un mare tranquillo che serbi nel fondo i suoi segreti. Era il mondo della grande oralità contadina, degli intricati, favolosi, interminabili racconti nelle lunghe, nebbiose serate invernali. Era il mondo della viva voce e dei rapporti umani diretti, a faccia a faccia. I bambini imparavano dai grandi, ascoltavano a bocca aperta. I vecchi parlavano sottovoce per ore.
Era il mondo della parola e del silenzio. Piccoli giochi di mano d'una società innocente. Si mangiavano insieme salami, caciotte, castagne arrostite o anche solo bollite. A sera inoltrata, talvolta, in un angolo remoto, le vecchie borbottavano il rosario, come una sorta di ruminazione all' unisono con quella della bestie. A fuoco lento ribolliva il brodo sociale del pettegolezzo: chi "parlava" a chi; il tale si è rotta la gamba; il prete brillo; la morte di un vicino; i debiti... Il tessuto sociale raggiungeva tutti. Proteggeva e limitava. Dava un senso alla esperienza quotidiana.
Di insegnamenti formali da mio padre non ne ho avuti molti. In verità, quasi nessuno. Non era un uomo di libri. Aveva, anzi, un certo sospetto verso la carta stampata, la cultura cartacea. Credeva solo nel sapere acquistato direttamente attraverso l'esperienza. Mio padre mi ha insegnato ad apprezzare l' odore dell' erba dei prati tagliata di fresco. Mi ha fatto conoscere i nomi di tutte le piante che si incontravano per via... Le erbe non erano molte. Mi insegnava a distinguere l' erba medica dal trifoglio. E poi mi aiutava a comprendere perchè i prati - come la mente umana, si affrettava a soggiungere - andavano di tanto in tanto lasciati a maggese. Un anno o due. Per riposare, per rifarsi un humus ricco e ferace.
La diffidenza, il senso del pericolo che abitavano stabilmente lo sguardo del padre non si rivolgevano alle bestie o alla natura. Erano rivolti alla tecnica, alle macchine agricole. Alle macchine, diceva, non si può parlare. Non rispondono. I loro rumori non hanno nulla a che vedere con i processi naturali, con il mangiare, con la digestione o con l' evacuazione. Non aveva mai comprato un trattore: troppo crudele verso la terra. E' vero che il trattore consente un' aratura più profonda. Le lame dell' aratro tirato dal trattore affondano in profondità e rivoltano il terreno in zolle nere e lucenti. Ma l' impersonale ritmo della macchina agricola, per quanto efficiente, non piaceva al padre. Non era un' aratura benevola. La terra arata col trattore mostrava ferite. Andava invece raschiata dolcemente come la schiena morbida di un cavallo.
Il padre capiva la tristezza immota del porco. Questi voleva captarne la rude benevolenza. Nelle ultime giornate era buono, viveva in un angolo del recinto, quieto. Non voleva dare più fastidio dello stretto necessario. Il padre, che parlava molto più volentieri agli animali che agli umani, borbottava sottovoce: "Lo so. Lo so che sai. Vedo che non grugnisci più come per solito, che cerchi di startene quieto, di farti dimenticare. Ma la tua morte, purtroppo, è necessaria. L'inverno è troppo lungo dalle nostre parti. Vedo che da qualche giorno ti sforzi di essere pulito o comunque meno sudicio del solito. Ma non ci posso fare niente. Ti abbiamo ingrassato al punto giusto. Adesso cominciano i grandi freddi. E' venuto il momento".

www.agrapress.it



"Il Gesto e lo Sguardo"
Personale di Antonio Carbone
Roma, 25/02/2006


IL LAVORO E' UN BENE

"Il lavoro è un bene: in verità è il principio motore della vita. Perciò se non hai nulla da fare, il passeggio sostituisce l'impegno. Dove vado, che faccio? Sono domande di gente che soffre. L'ozio affligge. La natura non tollera né che lo spazio né che il tempo siano vuoti"

Thomas Hobbes

Leggi la Tesi presentata da Federica Ricchiuto
Classe 3^ A Liceo Classico B. Marzolla - Brindisi
Anno scolastico 2004/2005



www.rivistaalbatros.it


D. Sabat

Nazioni ricche e povere (la maggioranza sul pianeta) vivono la violenza, la illibertà e la discriminazione come permanente ed utile sistema politico, culturale ed economico.
Oltre l'impegno quotidiano ho considerato indispensabile completare l'azione di lotta e di denunzia attraverso il messaggio universale delle immagini e dei colori.
Ritrovarsi alle soglie del terzo millennio dell'Era Cristiana fra diffusi fenomeni di trasformismo conformista, di egocentrismo generalizzato ma particolarmente di attacco al diritto alla dignità di uomo impone riflessioni rigorose di natura morali, sociali ed economiche poiché si allontanano sempre più le possibilità di conquistare libertà ed equità per tutti i popoli.
Cioè nonostante le sconfitte e gli errori permane e cresce sempre più l'esigenza di socialismo.

D. Sabat

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